sulla rigenerazione dei paesaggi urbani

…”in Italia negli anni ’90 si sono avvicendati strumenti “innovativi”: programmi complessi, programmi integrati di intervento, programmi di riqualificazione urbana. Questi in una qualche maniera hanno dato il colpo finale all’urbanistica, tanto che non si fa più un piano regolatore da tantissimo tempo, i piani sono fermi agli anni ’70…. abbiamo perso di vista la programmazione urbanistica generale….”
Ecco. Quando mi capita da ascoltare discorsi di questo genere, mi viene il prurito.

Spesso mi sono domandata perchè se si parla di programmi integrati di intervento,  si spaventano tutti. (Proprio tutti: anche quelli che non sanno cosa sia un piano attuativo). Se si parla di una meno definita “rigenerazione urbana”, attiri l’attenzione. Forse è questo margine di indefinizione che ci rassicura: le città ormai sono costruite, il vecchio piano regolatore serviva ad inquadrare delle nuove espansioni: oggi le nostre città sono costuite, e sono pure invecchiate. Noi oggi parliamo di riqualificazione attraverso la rigenerazione, di demolizione e densificazione e tutte queste operazioni oggi non sono contenute nè nei PRG nè nei PGT.

Col tempo ho imparato che la conoscenza del territorio in cui si opera – aperto o urbanizzato – è una radice imprescindibile alla base di chi lavora per trasformarlo.
Ho capito che comprendere il tessuto urbano e sociale permette di formare un grande bagaglio culturale, di analisi, necessario agli aspetti decisionali successivi.
Il passaggio da una politica di espansione ad una di riutilizzo della città esistente ha evidenziato come il modello di sviluppo, su cui è stato impostato l’attuale assetto della normativa urbanistica e dei sistemi di gestione del territorio, sia insostenibile: non è più in grado di rispondere alle mutate esigenze e non è ambientalmente nè economicamente sostenibile.
Quindi rigeneriamo. Coniughiamo invarianza idraulica e verde sottocasa, adottiamo aiuole, richiediamo parcheggi e giardini alberati, tetti verdi,  orti condivisi. La sfida è quella di abituare ad un’alta qualità urbana l’uomo e il mondo vegetale e animale che ne costituiscono il necessario contesto ambientale.
Forse interventi piccoli, di più veloce attuazione, più semplici e più umanamente gestibili sono la chiave per il vero cambiamento, da farsi obbligatoriamente intanto che decidiamo come cambiare.

 

 

 

Il drenaggio urbano sostenibile

L’invarianza idraulica e il drenaggio urbano sostenibile: 5 cose che ogni amministratore dovrebbe sapere sul tema.

Abbiamo già più volte detto, in occasione dei momenti di approfondimento sul cambiamento climatico, che la città resiliente è una città che è capace di resistere a shock e minacce ed utilizzare gli stress come opportunità e svilupparsi adattandosi ai mutamenti sociali politici economici ed ambientali. L’invarianza idraulica e il drenaggio urbano sostenibile va proprio in quell’ottica.

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  1. Non lasciatevi spaventare dal tema “troppo tecnico”: non lo è.

Alzi la mano chi alla parola “invarianza idraulica” non abbia istintivamente pensato di girarlo prontamente a qualche ingegnere idraulico. Invece il concetto che sta alla base della nuova legge regionale è molto semplice: più pioggia cade, più dobbiamo essere capaci di gestirla in modo efficace. Il tema dell’invarianza idraulica e di drenaggio urbano sostenibile affonda delle radici in un contesto decisamente più ampio, che è quello dettato dal dibattito internazionale sul modello di sviluppo delle città.

La recente urbanizzazione e conseguente impermeabilizzazione, ha portato ad una modifica della capacità del territorio di assorbire l’acqua, spesso convogliata in enormi quantità provocando un effetto di impoverimento locale del ciclo dell’acqua, dato che la stessa viene allontanata nel più breve tempo possibile.

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  1. Trasformate la pioggia in una risorsa!

Per chi è appassionato di smart city, questa rappresenta un’ottima occasione per ricercare e proporre soluzioni più innovative per far fronte a fenomeni atmosferici come esondazioni e bombe d’acqua. Il regolamento ha in sé una serie di esempi, ma che non sono esaustivi delle peculiarità del territorio. Una buona analisi della situazione del vostro territorio (fate conto che in Lombardia il consumo di suolo in ogni comune può variare da circa il 5% ad oltre il 40% del territorio, quindi il tema non è da sottovalutare), il tipo di terreno, la quantità di vegetazione esistente e la configurazione spaziale delle zone impermeabilizzate vi può sicuramente dare la marcia in più per proporre soluzioni adatte alle vostre peculiari criticità.

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  1. Preparatevi ad affrontate il tema nel PGT.

Non è una novità l’attenzione al tema del consumo di suolo e alla gestione della risorsa idrica: c’è stata una grandissima attenzione, a partire dalla direttiva 2000/60/CE (Direttiva Quadro sulle Acque), recepita nel diritto italiano con D. Lgs. 49/2010, ha dato avvio ad una nuova fase della politica nazionale per la gestione del rischio di alluvioni. Anche la disciplina regionale per il consumo di suolo introduce con la LR 31/2014 l’obiettivo di concretizzare sul territorio della Lombardia il traguardo previsto dalla Commissione europea di giungere entro il 2050 a una occupazione netta di terreno pari a zero. Ecco infine con la LR 4/2016 che si introduce l’obiettivo di prevenire e di mitigare i fenomeni di esondazione e di dissesto idrogeologico provocati dall’incremento dell’impermeabilizzazione dei suoli.

Questo breve excursus normativo per dire che: il regolamento dovrà essere recepito dai regolamenti edilizi comunali e nei piani di governo del territorio (alla prima revisione del Documento di Piano), quindi preparatevi a sentirne parlare nei prossimi mesi.

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  1. Gestione delle meteoriche: qualche esempio.

Questa nuova legge e il relativo regolamento introduce una serie di prescrizioni e buone pratiche affinchè si cambi di passo e un nuovo modo di vedere la città, che sempre più deve diventare capace di resistere a shock e minacce ed utilizzare gli stress come opportunità, ma anche invertire la tendenza della progettazione tradizionale vede l’acqua piovana come rifiuto da allontanare e ricollocarla al centro della progettazione urbana come elemento valoriale e come vera e propria risorsa.

I  possibili  interventi  per  la  gestione  sostenibile  delle  acque  meteoriche sono molteplici, ma per farvi qualche qualche esempio pratico:

  • Misure di ritenzione naturale – es: pavimentazioni permeabili, tetti verdi, Aree di ritenzione vegetata, (magari in attuazione piano del traffico) , canali inerbiti (ad esempio in attuazione al piano del verde)
  • Individuare aree potenzialmente idonee per l’infiltrazione, la laminazione o l’accumulo di acque di seconda pioggia anche attraverso un sistema di piccole aree da attrezzare con impianti di fitodepurazione e zone umide di interesse naturalistico (magari da individuare nelle aree di perequazione di PGT).
  • Minimizzare la circolazione “artificiale” dell’acqua, restituendo l’acqua più vicino possibile al punto di prelievo e minimizzare la superficie impermeabilizzata e comunque compensarla attraverso opportuni volumi di laminazione diffusi nel territorio urbanizzato (come ad esempio individuare valori ammissibili della portata delle acque meteoriche scaricabile nei ricettori)

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5. Promuovete buone pratiche di progettazione e di drenaggio urbano con un occhio ai costi di manutenzione.

Al di là dei precisi calcoli di invarianza idraulica e idrologica per il conferimento nei ricettori, col tempo sentirete parlare nell’ambito della presentazione dei progetti urbanistici, anche di progetti di drenaggio urbano sostenibile. Per citarne solo alcuni: laghetti di laminazione, canali inerbiti e strati filtranti sono interventi che saranno proposti dai privati e che probabilmente in fase di cessione delle opere dovranno essere presi in carico dall’amministrazione o dal gestore: è utile saperlo prima.

Orientarsi nella pianificazione attuativa comunale. Cosa fare con i piani realizzati per metà?

La settimana scorsa abbiamo parlato di piani previsti o programmati mai avviati, ma un’amministrazione può trovarsi ad affrontare casistiche di piani, parzialmente realizzati,  che si sono interrotti. “Piani a metà”. “Scheletri”. “Cattedrali nel deserto”. A Mantova li chiamano “Magoni”.

Sono di difficile risoluzione immediata perchè la convenzione disciplina obblighi e doveri e l’attuazione è in capo all’operatore. Di seguito alcune casistiche e qualche spunto operativo!!!

CASO N. 1 Piani parzialmente realizzati, con opere di urbanizzazione non concluse. Aspettare o ripensare il piano? 

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Il ventaglio di opzioni sui piani parzialmente edificati è ampio e variegato, le cause di questo rallentamento nella realizzazione possono essere varie e la casistica può passare dal fallimento dell’impresa costruttrice  a congiunture economiche non favorevoli o ad un cambiamento delle tipologie ricercate e più vendute dal mercato.

Quando a questi empasse corrisponde una mancata realizzazione di opere di urbanizzazione attese, il problema può essere rilevante. Anche in questo caso la valutazione non può non prescindere da una attenta analisi, è però auspicabile che le opere di urbanizzazione primaria previste vengano comunque completate per poter passare ad una fase di revisione del piano in funzione dello stato di avanzamento dello stesso e delle nuove opportunità edificatorie.

CASO N. 2 Piani parzialmente realizzati e scaduti

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Il decreto del Fare (Dl 69/2013, convertito con legge n. 98/2013) ha introdotto una disposizione volta ad ampliare le tempistiche di completamento degli interventi edilizi assoggettati a pianificazione attuativa, prevedendo una proroga di tre anni dei termini di validità e dei termini di inizio e fine lavori nell’ambito delle convenzioni di lottizzazione stipulate sino al 31 dicembre 2012.

Se non si ricade in questa casistica, la L1150/1942 prevede che piani debbano essere attuati entro il termine di validità decennale, decorso il quale divengono inefficaci per la parte inattuata.

Quindi, una volta decorsi i termini entro i quali il piano non è più vigente, l’amministrazione può disciplinare la parte di piano che non ha avuto attuazione mediante un nuovo piano.

CASO N. 3  Piani scaduti, con opere di urbanizzazione non realizzate: l’amministrazione può completarle.

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Se non ci sono le condizioni per la presentazione di un nuovo piano attuativo, per questioni di pubblica utilità, l’Amministrazione può procedere con l’escussione della fideiussione rilasciata dall’attuatore a garanzia del proprio impegno urbanizzativo e può dunque dare direttamente seguito al completamento dei lavori.

CASO N. 4 L’ acquisto di immobili in un piano attuativo non completato: quali possono essere gli scenari?

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La convenzione disciplina gli obblighi di urbanizzazione che gravano solidalmente su tutti i proprietari del piano attuativo. L’amministrazione può pertanto richiedere l’ottemperanza agli obblighi della convenzione a ciascuno dei comproprietari delle aree incluse nel piano di lottizzazione, e quindi prima di acquistare un immobile inserito in un piano attuativo è opportuno verificare il completo assolvimento degli impegni assunti dagli attuatori. Il rischio infatti è quello di dover adempiere in prima persona al completamento degli impegni derivanti dal piano, meglio perdere un’ora in più e approfondire piuttosto che dover risolvere dopo l’acquisto problemi di questo tipo!

http _i.huffpost.com_gen_4027024_images_n-KIDS-TECHNOLOGY-628x314L’articolo ti è stato utile? … dimmi la tua nei commenti!!!!

5 cicloidee innovative

Parlando con amici e colleghi mi è capitato spesso di discutere dell’importanza di avere adeguate infrastutture per incentivare l’utilizzo della bici. Se si sta lavorando molto sull’offerta dei sistemi di bikesharing, l’altra faccia della medaglia è la necessità di adeguare i nostri centri abitati di percorsi in sicurezza. Ogni territorio è differente, ci sono diverse situazioni fisiche e umane, le piste ciclopedonali sono opere quasi sempre previste ma troppo spesso sottovalutate.

Nei centri storici delle città gli spazi aperti sono fisicamente ridotti e questo è il mezzo che più si presta ad essere potenziato e valorizzato, ma innescare il cambiamento nei modi di spostamento dei cittadini è alquanto difficile, soprattutto se si ha ancora la percezione che l’auto la faccia da padrone e che girare in bicicletta non sia sicuro (magari percorrendo alcuni tratti in senso unico inverso, per “fare prima”: come dargli torto?!).

Nelle periferie, al contrario, dove i luoghi necessitano di una riqualificazione e lo spazio è più ampio, dove il paesaggio può diventare un’esperienza innovativa che coniuga sicurezza e sostenibilità ambientale, si è invece abituati a girare in auto perchè “più facile e comoda, dato che non c’è niente di bello da vedere”.

Vivere in un posto più vivibile e più bello può dunque stimolarci a cambiare le nostre abitudini in modo più salutare: ecco quindi qualche idea di infrastrutture per la mobilità ciclistica già realizzate in giro per il mondo che possono darci qualche spunto innovativo per i progetti di domani.

1 – Piste ciclabili e marciapiedi bioluminescenti

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Il percorso diventa quasi un’installazione artistica, emozionante da percorrere ed ogni volta diversa.  “Qui il paesaggio diventa un’esperienza di luce e di informazioni”.

La trovo indicata per quei percosi già parzialmente illuminati dal contesto ma in modo non totalmente adeguato, o per quelli sprovvisti di illuminazione che altrimenti rimarrebbero al buio. In questo caso si ridurrebbero i costi di installazione, manutenzione e alimentazione dell’illuminazione classica.

Sono in molti a produrre materiali bioluminescenti, trovate qui un esempio 

2 – La bici-autostrada (bike-bahn)

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Pertendo dal presupposto che non tutti i ciclisti sono uguali, ci sono alcuni Stati che stanno puntando sulla mobilità ciclabile costruendo delle autostrade per biciclette. In Danimarca la chiamano bike-bahn ed ha i bordi dipinti di arancione. Ventidue chilometri che collegano la capitale Copenhagen ad Albertslund, progettati per ridurre intersezioni stradali e fermate, tanto da aver realizzato semafori temporizzati sulla velocità media di pedalata. In cantiere nuove superstrade ciclabili per un totale di 300 km.

In Germania, a Francoforte le stanno progettando, pianificando un tracciato di circa trenta chilometri, Monaco ha proposto un percorso di 15 km che attraversa i quartieri settentrionali. Anche Norimberga e Berlino stanno studiando la realizzazione nei loro territori di autostrade ciclabili. Per non parare dell’Olanda, da sempre all’avanguardia su questi temi.

3 – La ciclovoltaica

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In Olanda esiste una vera e propria ciclovoltaica, ovvero una pista composta da moduli in calcestruzzo di 2,5 metri per 3,5 metri sui quali sono montate celle solari protette da uno strato superiore di vetro di sicurezza con un rivestimento antiscivolo.

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Invece in Corea del Sud c’è una ciclopedonale in autostrada (circa trenta chilometri). E’ una soluzione che ha suscitato qualche polemica ma ha una peculiarità: è interamente coperta da pannelli solari fotovoltaici, per schermare dal sole e contemporaneamente per produrre energia pulita.

4 – Una pista ciclabile fatta con la carta igienica recuperata dalle fogne

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Sempre in Olanda è stata costruita la prima pista ciclabile al mondo con la carta igienica riciclata. Il manto stradale su cui pedalano i ciclisti che si spostano da Leeuwarden a Stiens è stato, infatti, creato con una miscela composta da un tipo d’asfalto, chiamato Ogfc, e la cellulosa estratta dalla carta igienica recuperata nelle fogne. Un materiale che potrebbe lasciare perplesso qualcuno, forse, ma che sicuramente fa bene all’ambiente. L’asfalto assorbe l’acqua più velocemente dalla superficie della strada. Trovate un approfondimento qui

5 – Il Ciclobus per andare a scuola

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Gli Olandesi fanno davvero scuola. Intanto che noi sperimentiamo e creiamo il  noto “Pedibus“, l’ottimo servizio dedicato ai bimbi per accompagnarli a scuola, in Olanda, paese per eccellenza della bicicletta, hanno creato il Ciclobus. E’ un modo accattivante e giocoso per educare i più piccoli che di recente è stato creato e messo in commercio. E’ un ibrido tra uno scuolabus e una bicicletta, di colore giallo tipico dello scuolabus ha 8 file di pedali per bambini, una panchina con alcuni posti a sedere sul retro e un posto per l’adulto alla guida.

In conclusione

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I progetti”nuovi” ed “eclatanti” possono aiutare ma devono essere messi sapientemente in rete con alte politiche: se vogliamo che più cittadini scelgano di lasciare l’auto a casa e ci aiutino a combattere il traffico, la congestione e l’inquinamento dell’aria, dobbiamo avere un servizio pubblico competitivo, con tecnologie e prestazioni moderne. Il contesto ambientale intorno a noi si sta già muovendo e ritengo che ora sia il momento giusto per osare: sicuramente avrete notato che google maps sta già proponendo il calcolo del percorso per arrivare alla vostra destinazione utilizzando i sistemi pubblici in modo integrato.

5 aspetti da non trascurare quando vogliamo proporre qualcosa di nuovo in città

Alzi la mano chi non vorrebbe produrre meno rifiuti,  inquinare di meno, avere strade libere dal traffico, passeggiare il sabato pomeriggio nell’isola pedonale del centro storico pieno dinegozi. Alzi la mano anche chi non vorrebbe avere un sistema di raccolta rifiuti più efficiente. E allora perchè il cambiamento su questi aspetti in particolare è così difficile?

Certe volte si perfezionano piani strategici impeccabili, ma poi non si hanno risultati sensibili e, anzi, a scelte fatte, la soluzione che sembrerebbe più logica è quella di “tornare indietro”. A mio giudizio i temi Urbanistico-Ambientali particolamente “scottanti” sono tre: l’elaborazione di un piano del Commercio, la Pianificazione della mobilità e i cambiamenti del sistema di raccolta dei Rifiuti. Li ho sempre trovati non particolarmente complicati dal punto di vista tecnico, ma sono sicuramente i più complessi da gestire dal punto di vista della comunicazione e partecipazione.

Il comune denominatore è che quasi la totalità delle proposte progettuali di questi piani, anche la più sostenibile dal punto di vista squisitamente tecnico e quindi apparentemente di semplice scelta e facilmente veicolabili, si fondano sul presupposto che si devono modificare le abitudini dei cittadini.

Se siete amministratori attenti alla ricerca dei consensi da parte dei vostri cittadini, non potete quindi sottovalutare questi aspetti.

1. Capite quanto siete disposti a modificare le abitudini dei cittadini

Valutate quanto cambiare le abitudini nel vostro territorio possa essere scioccante. Avete sicuramente la sensibilità per cogliere le peculiarità dei vostri cittadini e capire quali possono essere gli impatti di un cambio di strategie.

Secondo quella che è la mia esperienza, tentare di imporre una modifica delle abitudini in qualcuno è un’impresa ardua. Soprattutto se la persona su cui vorremmo avere quel particolare effetto è già adulta, vaccinata e convinta delle proprie idee.

Ho visto cittadini diventare superesperti in mobilità, e mettere in discussione analisi condotte con una scientificità da rimanerne di stucco. E con i social, il fenomeno è peggiorato esponenzialmente: non intimoritevi ma preparatevi a gestire tutto nel migliore dei modi possibili.

2. Comunicate fin da subito perchè il cambiamento è necessario

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Partendo dal presupposto che se si decide di approntare un Piano o un Programma è perché il sistema necessita veramente di una revisione e che l’obiettivo insito nelle scelte è quello di risolvere più problemi possibile e al contempo di generarne il meno possibile, ci sono momenti fisiologici in cui qualsiasi scelta l’Amministrazione compie tra il ventaglio di opzioni tecnicamente valide, ai più “sembra peggiorativo” rispetto a prima. Essere partiti da basi condivise, chiare e fondanti è quindi assolutamente necessario e vi tornerà utile dal punto di vista comunicativo.

3. Costruite il percorso partecipativo

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Nelle fasi iniziali di pianificazione, attivatevi nei confronti delle persone per generare in loro cambiamenti positivi, che migliorino concretamente la loro vita. Contestualizzate il problema per indurre il cambiamento, fin dalle prime fasi ed allargate la visione all’intero processo nella costruzione del modello partecipativo: questo permette di aprirsi ai cittadini in modo efficace e concreto ed offre loro un ventaglio maggiore di opzioni. Potete proporre dei tavoli tematici, degli incontri nei quartieri, un progetto educativo per le scuole… le scelte sono tante e vanno focalizzate in questa fase. Capire chi coinvolgere è altrettanto importante.

4. “Fotografate” le cattive abitudini

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Accompagnare i cittadini a migliorare le proprie abitudini non è mai indolore.  Il primo passo verso il miglioramento ed il cambiamento consiste nel “rompere le abitudini”, quindi rompere i vecchi schemi. Molte delle abitudini quotidiane dei nostri cittadini sono inconsapevoli e fanno parte del loro agire naturale, compiamo spesso gli stessi gesti, percorriamo le stesse strade, ma non ce ne accorgiamo.

Partendo dal presupposto che l’intento è quello di fare del bene e migliorare la vita di quante più persone possibile, invece di tirarle a forza in una direzione, suggerisco di divulgare una analisi che fotografa le “cattive abitudini”  affinchè si crei spontaneamente quella giusta consapevolezza e attenzione necessaria all’ascolto della proposta tecnica.

Le persone che avranno a disposizione il nuovo Piano si aspettano che venga effettuata dall’Amministrazione la scelta migliore possibile, ma avendo imparato a “notare” le proprie abitudini avranno le giuste basi per ragionare in un contesto più ampio e variegato.

4. Aspettatevi reticenze e detrattori

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Non possiamo di certo aspettarci che gli altri comincino all’improvviso a comportarsi esattamente come faremmo noi. Potete cercare i numerosissimi esempi di Amministrazioni che hanno compiuto tali scelte prima di voi e giocando d’anticipo, essere già in grado di prevedere gli effetti di cosa può comportare una scelta o un’altra. E’ utilissimo per prepararsi eventuali repliche.

E’ naturale anche che non ci siano gli stessi interessi, quindi è utile capire tra questi chi invece ragiona per semplice paura del cambiamento. Accade molto più spesso di quanto si pensi: una persona che si trova ad affrontare una situazione nuova, con il timore di perdere la sicurezza consolidata nel vecchio schema prova una sensazione di non accettazione a livello mentale/emozionale.

5. Siate un esempio e valorizzate gli obiettivi raggiunti

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Smettere di fumare, sostituire una colazione sana al solito caffè, fare più attività fisica, dimagrire sono alcuni dei bisogni più frequenti alla base del cambiamento che vorremmo realizzare, ma che difficilmente riusciamo ad ottenere senza sacrifici. Così come gestire meglio l’energia che consumiamo, usare di più la bicicletta o differenziare correttamente i rifiuti di casa. Abbiamo bisogno di continui stimoli per rimanere in carreggiata e per questo motivo è importantissimo cercare di fare in modo che gli altri traggano continua ispirazione da noi.

Trasposto sui temi della pianificazione strategica comunale, essere un esempio vuol dire creare un’identità per cui i cittadini si possano sentire orgogliosi. Faccio un esempio: aumentare la percentuale di raccolta differenziata per i Rifiuti Urbani deve essere riconosciuto non solo come un valore in sè ma un valore che è il cittadino/utente a creare: ecco perchè è importante diventare “Comune Riciclone”. Avere una piazza in cui i nostri figli possono giocare è anche merito di chi con qualche sacrificio parcheggia altrove: ecco perchè è giusto che possano essere  riconosciuti pass di parcheggio gratuito. Ritengo che negli strumenti di pianificazione debbano essere inseriti gli aspetti inerenti la valorizzazione degli obiettivi raggiunti, poichè sentirsi parte del tutto è sempre molto gratificante ed innesca i processi virtuosi che tutti auspichiamo.

5 azioni per amministrare in modo sostenibile

Nel 2017 l’Italia ha predisposto il Piano Nazionale per l’adattamento ai Cambiamenti Climatici, la Strategia Nazionale per lo Sviluppo Sostenibile e il piano Nazionale Clima ed Energia. Si tratta di declinazioni a livello nazionale dei principi e gli obiettivi dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile adottata nel 2015 dall’ONU, che hanno come obiettivo quello di disegnare una visione di futuro e di sviluppo incentrata sulla sostenibilità.

L’agenda 2030 individua 17 obiettivi, 169 target e oltre 200 indicatori. Ben sapendo quindi di non poter essere esaustiva, data la complessità del tema, mi sono soffermata su 5 azioni concrete per la progettazione del territorio e la tutela del’ambiente coerenti con tutti i piani sovralocali che possiamo già proporre oggi all’Ente Locale, delle quali, se non ne avete ancora sentito parlare, ne sentirete parlare presto.

1. Trovate le isole di calore nella vostra città e pensate a come migliorarle 

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Uno dei contenuti strategici che mi ha maggiormente colpito è quello della corretta individuazione delle “isole di calore” nella pianificazione urbana nell’ottica dell’adattamento climatico.  L’attenzione progettuale del progettista/urbanista si sposterà dal considerare la sola funzione dell’ambito prevalente alla situazione microclimatica (declinabile a scala di isolato e/o quartiere, da qui l’isola di calore) in cui si inseriranno le nuove progettualità, legate ad esempio al sistema del verde, all’efficientamento energetico degli edifici e al loro corretto isolamento. Se cominciate a pensare a questo tema fin da subito, sarete un passo avanti agli altri.

Il “goal 13” dell’Agenda 2030 è l’adozione di misure urgenti per combattere il cambiamento climatico e le sue conseguenze. Il piano di adattamento climatico Nazionale sarà declinato dalle Regioni (la Lombardia ha redatto il documento di azione regionale per l’adattamento al cambiamento climatico che trovate qui).

 

2. Incentivate la sostenibilità per edifici più Green

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L’Unione europea si è impegnata entro il 2030 a ridurre del 40% le emissioni di gas serra (rispetto al 1990), a raggiungere il 27% di energia rinnovabile e a ridurre del 27% il consumo di energia*.  A scala dell’Ente Locale, questo vuol dire continuare ad incentivare le buone pratiche edilizie, ad inserire nei bandi per la progettazione e realizzazione di opere pubbliche punteggi migliorativi per progetti, costruzione e gestione di edifici sostenibili ad alte prestazioni (LEED, per fare un esempio) e che prediligono l’utilizzo di energia derivata da fonti rinnovabili.

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*Il Piano Nazionale Clima ed Energia andrà presentato alla Ue nel 2019 e dovrà indicare i provvedimenti che l’Italia intende prendere per raggiungere questi obiettivi. Le misure riguarderanno efficienza energetica, rinnovabili, emissioni, mobilità sostenibile, economia circolare. Al Piano contribuiscono la Strategia Nazionale di Sviluppo Sostenibile, la Strategia nazionale di sviluppo a basse emissioni al 2050 e l’aggiornamento della Strategia Energetica Nazionale del 2013.

2. “Regalatevi” un raingarden

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Quello che esce dalle analisi dei piani Nazionali è che il trend climatico* della Pianura Padana da oggi al 2050 vedrà un aumento di precipitazioni intense, e aumenterà la siccità estiva. A livello locale, è  importante migliorare l’efficienza della rete. Quindi dovremo imparare a controllare grandi quantità di acqua che pioverà in poco tempo sui tetti degli edifici, sulle sedi stradali e sulle grandi aree pavimentate. In questi anni ho visto ottimi risultati ottenuti (perlopiù all’estero) attraverso la realizzazione di un sistema di laminazione urbano-giardino (chiamato “rain-garden”). Tra i vantaggi c’è in primis la capacità di ridurre l’effetto ruscellamento in ambito urbano perchè rallenta l’afflusso delle acque alla falda e ai corsi d’acqua , tutela la biodiversità (le piante usate sono spesso quelle alte che attraggono le farfalle) e permette un filtraggio e una depurazione del tutto naturale dell’acqua raccolta.

*È importante notare come, allo stato attuale delle conoscenze, le proiezioni sugli impatti dei cambiamenti climatici sulla qualità idrica siano rappresentate da un numero esiguo di studi difficilmente comparabili in quanto presentano un grande livello di eterogeneità, essendo fortemente dipendenti dalle condizioni locali, dai presupposti climatici e ambientali e dallo stato riferimento del corso d’acqua.

4 . Aderite al Protocollo Aria di Bacino Padano

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Il PM10 è un tema molto sentito in questo periodo autunnale e poco piovoso e che ha visto in tutto il bacino Padano continui sforamenti di concentrazione dei 50 mg/mc previsti per legge. E’ un tema globale ma al tempo stesso ci tocca intimamente perchè sono i comportamenti individuali che possono contribuire a ridurre la concentrazione in atmosfera di polveri sottili,  soprattutto in termini di scelte di mobilità. Da una parte si deve chiedere ai cittadini di modificare le proprie abitudini (lasciare l’auto a casa, prediligere i mezzi pubblici, utilizzare il car sharing)  dall’altra dobbiamo essere in grado di accompagnare le loro scelte nel modo migliore possibile attraverso l’elaborazione di piani strategici comunali (come ad esempio il PUMS, il PAES, il Piano di Adattamento Climatico, il Regolamento Edilizio..) ma anche con l’adesione spontanea di tutti i comuni al “Protocollo Aria” (l’aria di Pianura, ahinoi, non legge confini). Se volete approfondire il tema, vi consiglio di leggere questo articolo che ho scritto sul tema, troverete invece qui una “sintesi ragionata” dello stesso.

5. Registratevi EMAS o adottate un sistema di gestione ambientale

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Nello studiare il documento “Strategia Nazionale per lo Sviluppo Sostenibile” redatto da il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, che trovate qui , ho trovato come indicatore di monitoraggio il “Numero di organizzazioni/imprese registrate EMAS”. EMAS è un’adesione volontaria delle organizzazioni a un sistema comunitario di ecogestione e audit, e uno strumento creato per l’adozione di un Sistema di Gestione Ambientale (SGA), che consente la registrazione di un’impresa in un apposito elenco dell’Unione Europea, riservato alle attività (ma anche ai Comuni) che gestiscono il loro impatto ambientale secondo standard elevati. Il mio Comune (molto prima che arrivassi io) l’ha già fatto, io ne vedo oggi i benefici: vuol dire avere banche dati ambientali aggiornate, una sensibilità diffusa sui temi della sostenibilità, rappresentare un passo avanti a livello ambientale per tutta l’attività dell’Ente e in ultimo è l’orgoglio di rappresentare un’eccellenza. L’obiettivo che si propone chi aderisce a questo tipo di programma, è quello di migliorare l’efficienza ambientale del proprio Ente attraverso l’adozione di una corretta politica ambientale.

E voi? Qual’è la vostra esperienza a propostito?

…e se il PA non piace all’amministrazione?

“Si può bocciare in toto un progetto conforme a PRG/PGT oppure la sola possibilità è richiedere una revisione di alcune parti? E il lottizzante fino a che punto deve acconsentire alle richieste dell’amministrazione?”

Innanzitutto bisogna distinguere le due procedure amministrative diverse: se il piano proposto è conforme alle indicazioni di PGT, viene adottato/approvato dalla Giunta Comunale, mentre se viene presentato un piano in variante allo strumento urbanistico generale lo stesso è sottoposto al Consiglio. (se siamo in Lombardia, il riferimento legislativo è l’art. 14 della LR 12/2005)

I momenti in cui si possono richiedere delle “revisioni” sono diversi.

1 Prima della presentazione

In entrambi i casi, prima di depositare il piano, solitamente il proponente richiede una fase interlocutoria; è usuale che questa fase si attui attraverso incontri con l’assessore (all’urbanistica, di solito) ma non è detto che il privato in questione chieda di coinvolgere il sindaco o altri membri della giunta. Lo scopo di questi incontri è innanzitutto illustrativo ma serve ad entrambe le parti per comprendere meglio le necessità del territorio entro cui si sta proponendo la trasformazione, e da modo all’amministrazione (ma anche ad il privato) di capire quali possono essere gli eventuali problemi e/o necessità e le ricadute dell’attuazione dell’intervento. E’ ovvio che più si condividono soluzioni ad eventuali problemi in questa fase, più gli stessi problemi si prevengono e più tutto l’iter ne ha oggettivo giovamento. Ad oggi, non ho mai visto il proponente non chiedere un dialogo prima di presentare un piano.

2 Dopo la presentazione

Presentato il piano, come ho spiegato qui,  parte una fase molto tecnica di analisi, denominata istruttoria urbanistica, che viene conclusa entro 120 gg dalla presentazione del piano attuativo. La conclusione in senso negativo della fase istruttoria conclude il procedimento, ma non è detto che una conclusione della stessa in senso positivo, equivalga ad un “buon” progetto o ad un piano attuativo “universalmente” condiviso.

Se il piano attuativo non convince, non “vi piace”, o per voi amministratori semplicemente non persegue il giusto equilibrio tra l’interesse privato e l’interesse pubblico che dovrebbe, questa è la fase in cui capire cosa non va, cosa eventualmente proporre di alternativo e come farlo.

Nel procedimento amministrativo sono previsti tre momenti distinti:

  1. il primo è il momento del voto dell’Organo (Giunta o Consiglio)
  2. il secondo è la fase post adozione, quella in cui tutti possono formulare osservazioni al piano
  3. il terzo corrisponde al voto finale di approvazione.

In base alla mia esperienza, quello che ho notato è questo: spesso il/i  consigliere/i, nel brevissimo  tempo che intercorre dalla commissione consiliare al consiglio comunale al voto non ha avuto né modo nè tempo per approfondire la questione: un piano attuativo mediamente è abbastanza complesso, e se non sapete dove mettere le maniè veramente difficile cogliere al volo criticità ed opportunità.

Altro tema che vorrei sottolineare, perché  vedo essere spesso troppo sottovalutato: nella vita in generale la motivazione delle proprie idee è importante, ma nel procedimento amministrativo è essenziale. Con un’ottima argomentazione e una valida proposta alternativa, credo si possano fare miracoli. (Esiste infatti la possibilità di proporre una mozione al testo della delibera che contenga la vostra proposta.)

citazione

Con “valida proposta alternativa” intendo una soluzione che contempli una miglior sostenibilità, un miglior rapporto costi/benefici per l’amministrazione comunale e che contempli anche un costo sostenibile per l’attuatore. Ho visto piani attuativi con richieste inserite all’ultimo (magari ottime idee, ma non economicamente sostenibili) che ne hanno di fatto paralizzato l’attuazione.  E’ difficile generalizzare, ma un lottizzante (se magari il suo scopo è quello di vendere il terreno e non curarne il suo sviluppo) potrebbe acconsentire a tutto pur di ottenere un piano attuativo licenziato, ma il nostro ruolo da tecnici e amministratori è proprio questo: capire meglio di chiunque, proponente compreso, quanto  l’intervento possa essere realmente sostenibile ed agire di conseguenza.

Un esempio concreto: in passato mi è capitato di consigliare ad amministratori di richiedere meno opere pubbliche, ma di miglior qualità costruttiva e con elementi di  vantaggio per una più semplice gestione e manutenzione.

Purtroppo ho visto piani attuativi che avevano “promesso” opere pubbliche e/o oneri di urbanizzazione molto elevati, e quindi apparentemente vantaggiosissimi per la pubblica amministrazione, con opere che poi si sono fermate a metà perché gli attuatori sono falliti. E anche laddove previa escussione delle fidejussioni l’amministrazione completasse le opere di urbanizzazione, vi ritrovereste delle strade e delle aree verdi nuove di zecca in mezzo a campi incolti. Scenario, a mio parere, alquanto deprimente se si pensa al suolo sprecato.

un esempio di piano attuativo abbandonato

Per concludere. Non credo sia una buona pianificazione quella che limita gli interventi, non credo sia una buona pianificazione quella che si conforma a quanto proposto senza analizzare prima differenti scenari realistici. Ritengo sia buona quella che li sa governare con idee chiare e nel modo da risultare più semplice ed immediato per tutti. Rispetto a dieci anni fa non vedo più richieste esagerate o spinte edificatorie eccessive, e il ruolo (e la sfida) dell’amministrazione comunale sull’urbanistica di oggi non è più quella di controllare la “quantità”, ma quella di accompagnare la “qualità urbana” attraverso la sostenibilità ambientale ed economica per migliorare la qualità della vita dei cittadini.

Come capire la bontà di un piano attuativo che viene presentato in comune

I piani attuativi di iniziativa privata sono uno strumento urbanistico che identifica ambiti piuttosto ampi per le quali vengono fissate alcune regole generali, come il disegno delle opere di urbanizzazione di una strada d’accesso, l’eventuale divisione in lotti, la tipologia e la quantità di edifici che l’attuatore chiede di poter costruire. Siccome il Piano di Attuazione deve essere valutato e approvato dall’amministrazione comunale, è utile arrivare preparati a quel voto.

Quando il privato presenta il proprio progetto in Municipio, gli uffici tecnici aprono un’istruttoria, che prevede una serie di verifiche tecniche ad esempio si verifica la titolarità dei proprietari delle aree coinvolte dalla progettazione proposta piuttosto che il controllo del rispetto degli indici edificatori previsti dal PRG (o PGT se siamo in Lombardia) che sono volti a verificare la corrispondenza del progetto alla norma del piano urbanistico generale comunale, inoltre questa istruttoria assume i pareri preventivi dei settori comunali coinvolti e definisce i termini della convenzione che regolerà in seguito i rapporti tra l’amministrazione stessa e il privato. Solitamente per aspettare gli esiti di un’istruttoria completa dobbiamo attendere qualche settimana.

E allora come facciamo a farci un’idea completa in breve tempo per capire se quello che ci stanno per presentare per noi è un buon piano attuativo?

1 Individuate gli elaborati da guardare prima

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Di un piano che magari contiene una trentina di elaborati grafici, relazioni e schemi convenzionali, dobbiamo capire dove focalizzare la nostra prima attenzione.

Il mio consiglio è quello di cercare per prima cosa la planimetria generale di progetto (si tratta della  simulazione che indica funzioni e distribuzione dei volumi) che si solito viene presentata in scala 1:1000 o 1:500 (dipende da quanto è grande il piano) nella quale sia rappresentato anche una buona porzione di contorno – quindi non focalizziamoci immediatamente sulla proposta di piano in sè ma cerchiamo di capire cosa c’è ora nel contesto del piano, e come il piano andrà a cambiare questo contesto che oggi abbiamo e su cui sicuramente conosciamo la realtà.

2 La dimensione e il numero di proprietari

Se vediamo il piano con un solo proprietario, sappiamo che dovremo avere a che fare con un solo interlocutore, e il rapporto tendenzialmente è più semplice. I piani attuativi che sono formati da più proprietari spesso sono quelli che hanno più problemi in fase attuativa poiché magari avendo diversi interessi non si riescono a mettere d’accordo sulla proposta e i tempi di realizzazione degli interventi sono condizionati da molti più fattori.

3 La tipologia prevalente e le fasi realizzative proposte

Se fino a qualche anno fa era difficile che un piano presentasse proposte composte da un mix funzionale di residenza commercio ed artigianato, oggi è molto più frequente, soprattutto per il commerciale che è la funzione più pregiata degli ultimi anni. Personalmente ritengo che il mix funzionale urbanisticamente rappresenti la proposta migliore, anche se in fase progettuale è la più complessa da governare.

4 La viabilità

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Ricordatevi sempre che le strade devono essere progettate per alleggerire il traffico, non per appesantirlo. Scegliete le soluzioni più lineari e cercate di evitare i cul-de-sac. Personalmente sconsiglio soluzioni in cui strade rimangono di proprietà privata magari gestite da condomini o supercondomini, perché se apparentemente possono sembrare convenienti all’amministrazione, alla lunga producono problemi ai quali l’amministrazione deve poi sopperire (ad esempio di sicurezza per mancanza di illuminazione della pubblica via o di incuria di tipo igienico) con non poche difficoltà dal punto di vista legale/amministrativo.

5 La tipologia degli interventi

E’ un tema più finemente sviluppato per la residenza ma totalmente trascurato per gli interventi produttivi e commerciali. Sul piano vedete tanti “quadrettoni” che rappresentano i volumi massimi edificabili. Riflettete bene su cosa può voler dire provare ad immaginare delle aggregazioni possibili nel futuro quartiere, e provate con la vostra immaginazione a capire questo nuovo intervento a quale quartiere già esistente può assomigliare.

6 Le opere di urbanizzazione

Che si dividono in “primarie” e “secondarie”. Le primarie sono le strade di cui vi ho parlato prima e i parcheggi. Le secondarie invece aprono un mondo di possibilità. In funzione del tipo di piano e della dimensione sappiate che l’amministrazione ha una sorta di tesoretto che a seconda di quello che è normato nel piano generale può essere dedicato a opere che possono essere realizzate nel comparto o fuori (le cosiddette opere extracomparto) oppure in certi casi può essere monetizzato (cioè versato direttamente alle casse del comune). Fate conto che tendenzialmente, far fare un’opera ad un privato per la PA è più conveniente che farsi monetizzare.

7 L’aspetto del sistema del verde e la sostenibilità ambientale

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Cerco di semplificare dicendovi che negli ultimi anni i valori delle persone sono profondamente cambiati, e quindi già una buona parte dei piani che ho visto presentati contengono un’attenzione a questi temi perché il vivere in un ambiente qualitativamente migliore si vende meglio. (vedete ad esempio quanta attenzione c’è stata negli ultimi anni per le classi energetiche degli edifici).

Ma vi faccio qualche esempio e consiglio. Evitate che le aree verdi proposte siano dei reliquati, che siano troppo piccole per essere utilizzate e sparse per il piano attuativo (a meno che non ci sia un reale motivo). Perché mantenere un parco di mille metri costa di meno che mantenere cinque parchetti da duecento metri l’uno.

Privilegiate i sistemi che creano connessioni ecologiche come ad esempio i viali alberati. I viali alberati sono bellissimi, ma sappiate che gli alberi hanno bisogno di spazio e quindi cercate di lasciarlo perché alla lunga diventerebbero problematici. Così come nei parcheggi dei supermercati, cercate di dare spazio alle aiole per fare in modo tale che gli arbusti e alberi possano crescere ed aiutare a mantenere una giusta quantità di verde.

Questa è l’occasione per pensare non solo alla viabilità ma anche alla mobilità lenta e sostenibile. Privilegiate piste ciclopedonali su sede propria e che siano ben integrate con il progetto. E’ proprio questa la fase in cui possono essere definiti questi aspetti.

Nei piani attuativi di una certa dimensione, è utile una riflessione sull’invarianza idraulica dei piani, ovvero la capacità del terreno di assorbire la pioggia dei fortunali o degli eventi climatici di tipo eccezionale che sempre più ci troviamo a dover subire. E’ un obiettivo indispensabile per la prevenzione del rischio idrogeologico e per far fronte al cambiamento climatico.

8 I piani prevalentemente produttivo-artigianale

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Per i piani produttivi, non lasciatevi influenzare dall’idea del degrado che possono portare. Le industrie, se ben indirizzate e accompagnate dagli amministratori, possono essere molto efficienti ma anche “belle” e dare una mano a migliorare la qualità di vita dei cittadini

9 La convenzione urbanistica

Leggetevela! E’ il documento più importante perché disciplina tutto. Se volete che siano definiti alcuni aspetti, lì ci devono essere. Lì dentro troverete il dimensionamento con le diverse quantità e il calcolo degli indici, le fasi di attuazione con le tempistiche, l’individuazione delle opere di urbanizzazione primarie e secondarie e tutti quegli elementi elencati prima

10  Non affezionatevi troppo al render. Io non li guardo mai!