Avete una vostra idea di Città e volete capire come concretizzarla?

Avete mai fatto una ricerca su google per focalizzare un’idea per un piano attuativo del vostro territorio senza rimanere soddisfatti di quanto cercavate?

Volete tradurre in azione una richiesta di un cittadino per migliorare il decoro urbano ma non sapete se e come affrontarla?

Avete un problema nel vostro Comune e vi volete fare un’idea in cinque minuti di quello che si potrebbe proporre?

Volete avere qualche spunto su come indurre i cittadini a differenziare meglio i rifiuti?

Lasciatemi nei commenti il tema che vorreste tanto approfondire o quello che più vi incuriosisce, sarà affrontato nel mio prossimo articolo!!!

essere superOPERATIVI da neoeletti: 5 cose da sapere (e che in pochi vi diranno)

Dal 2011, da quando si è cominciato a parlare di “armonizzazione dei sistemi contabili” degli enti sono nati il DUP e il PEG.

Se posso condividere l’idea comune che nell’amministrazione pubblica i tempi di operatività sono lunghi, ma puoi evitare gli errori di programmazione più comuni e le scadenze fisse che possono cogliere gli amministratori impreparati (soprattutto al primo anno di mandato) se sai fin da subito “come funziona l’Ente”.

1. Declinate le strategie di mandato in azioni e obiettivi, subito!

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Appena eletti, siate quindi velocissimi a declinare gli obiettivi nel DUP. Come vedrete dopo, a causa delle scadenze “fisse” non avete molto tempo e ritengo che iniziare bene sia molto importante. Il Documento unico di programmazione (DUP) è un documento scritto sotto forma di relazione che ha carattere generale e costituisce la guida strategica ed operativa dell’ente. Si compone di due sezioni: la Sezione strategica e la Sezione operativa. La prima ha un orizzonte temporale di riferimento pari a quello del mandato amministrativo, la seconda pari a quello del bilancio di previsione. E’ un documento indispensabile per l’approvazione del bilancio, e la sua complessità varia in funzione del numero di abitanti del comune: fino a 5000 abitanti è previsto in forma semplificata.

Da architetto, ho sempre presupposto che il documento “principe” per la trasformazione urbana e urbanistica a livello comunale fosse il Piano Regolatore Generale prima e Piano di Governo del Territorio. Oggi vi dico, si… ma non solo. Vivendo da qualche anno la programmazione all’interno dell’Ente posso affermare che altrettanto importante è delineare un buon Documento Unico di Programmazione, che invece in molti sottovalutano pensando che sia solo un mero “adempimento amministrativo”.

2.  Calendario alla mano, preparatevi per tempo

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Le due date da segnarsi sul calendario sono queste:

  • 31 luglio: entro questa data la Giunta presenta al Consiglio il Documento Unico di Programmazione (DUP) per la deliberazione
  • 15 novembre: ogni anno entro questa data, con lo schema di delibera del bilancio di previsione finanziario, la Giunta presenta al Consiglio la nota di aggiornamento del Documento Unico di Programmazione.

Quindi è utile che abbiate le idee abbastanza chiare almeno un mesetto prima di entrambe queste “finestre operative”.  E’ molto importante anche per questo aspetto: se le delibere di consiglio/giunta non sono coerenti con le previsioni del DUP, possono essere dichiarate inammissibili o improcedibili!

Con il DUP sottomano, si delinea anche il PEG: la giunta delibera il piano esecutivo di gestione entro venti giorni dalla approvazione del bilancio di previsione, individua gli obiettivi della gestione ed affida gli stessi, unitamente alle dotazioni necessarie, ai responsabili dei servizi. Nel PEG le entrate sono articolate in titoli, tipologie, categorie, capitoli, ed eventualmente in articoli, secondo il rispettivo oggetto. Le spese sono articolate in missioni, programmi, titoli, macroaggregati, capitoli ed eventualmente in articoli. I capitoli costituiscono le unità elementari ai fini della gestione e della rendicontazione. E’ uno strumento che nasce sostanzialmente per l’armonizzazione del bilancio, ma è lì dentro che troverete tutte le coperture finanziarie per le vostre azioni.

3. Ricordatevi che i Lavori Pubblici non sono slegati dal DUP

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Sempre dal 2011 l’ente locale è obbligato a far confluire la che la programmazione in materia di lavori pubblici confluisse nel DUP quindi entrano anche in apposita sezione l’elenco annuale e il programma triennale delle opere pubbliche.

Il vecchio codice appalti (D.Lgs. n.  63/2006) e i relativi provvedimenti applicativi prevedevano che lo schema di programma triennale fosse redatto entro il 30 settembre, adottato dalla giunta entro il 15 ottobre e deliberato dal consiglio comunale contestualmente al bilancio di previsione, del quale costituiva un allegato insieme all’elenco dei lavori da avviare nell’anno. Attualmente il nuovo Codice D.Lgs. n. 50/2016 prevede che il programma triennale dei lavori pubblici e il programma biennale degli acquisiti di beni e servizi siano approvati nel rispetto dei documenti programmatori e in coerenza con il bilancio. Quindi anche per il settore dei LLPP negli ultimi anni si è dovuto cambiare passo nella programmazione, e lo sforzo che si è chiesto è quello di essere maggiormente capaci di programmare nei tempi medio lunghi. Ne consegue che il programma triennale delle opere pubbliche e l’elenco annuale vanno inseriti nello schema di Dup già a luglio dell’anno prima!

4. Esempio pratico. Riqualificare una piazza:  Lavori Pubblici, Rigenerazione Urbana o Piano dei Servizi?

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La programmazione del settore “ambiente/urbanistica/territorio”, a mio parere, necessiterebbe di ulteriori riflessioni, poiché rischia di rimanere ingabbiata in schemi troppo orientati alla rendicontazione contabile/finanziaria, (al momento non si hanno indicazioni di interventi legislativi in merito) mentre dovrebbe essere più orientata al delineare una strategia generale nei tempi lunghi e dare la possibilità di essere molto più flessibile nei tempi brevi. Dipende anche molto dalla struttura dell’Ente, ma ritengo che inserire nel modo corretto la programmazione nel DUP, è fondante per segnare l’imprinting che si vuole dare (e quindi la reale operatività dell’Ente). Se volete Riqualificare una piazza, avere le idee chiare su che taglio dare all’intervento (Più o meno urbanistico? Volete programmare un concorso di idee oppure avete in mente un semplice rifacimento dell’illuminazione?) e programmarlo darà a voi la possibilità di ridurre i tempi di empasse iniziali e darà al settore che se ne deve occupare sia un formale riconoscimento del lavoro sia una marcia in più sull’operatività.

5. Come la penso io – spunti di riflessione

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Sui lavori pubblici e sugli appalti in genere. Conti alla mano, tra quando l’amministratore decide di inserire in programmazione un’opera pubblica a quando si inizia il lavoro, se tutto l’iter procedurale amministrativo non si ferma per ricorsi di vario genere, ci vogliono non meno di due anni. (Sto pensando naturalmente ad importi sopra soglie: programmazione luglio, disponibilità finanziaria a gennaio dell’anno successivo, tempi per la gara di progettazione, progettazione definitiva ed esecutiva, gara per l’appalto…) In una società sempre più veloce, dove tutti i servizi al cittadino puntano a diventare “smart” e dove in due anni si passa dalla città 2.0 alla città 4.0  (pensate ai cicli di vita dei prodotti tecnologici) due anni per “iniziare” un’opera che si era “pensata” è un tempo veramente infinito.

Sull’urbanistica. Il PGT ha in sé un limite, che è quello di non entrare nel ciclo del bilancio armonizzato, se non come obiettivo. E’ un’occasione persa, ma non del tutto se riuscite ad inserire gli obiettivi del Piani declinandoli nelle azioni e obiettivi DUP ed in quelle finestre temporali. Dovrete fare uno sforzo programmatorio ma è molto interessante la possibilità che questo documento ha di essere implementato.

Sul DUP in generale. Considerando che prima di questo sistema alcuni comuni arrivavano ad approvare i bilanci a giugno, ritengo che, nonostante le non poche difficoltà, la situazione negli enti è migliorata molto. Ritengo personalmente che il costituire un unico documento di programmazione sia stato molto positivo, con questa doverosa premessa: come tutti gli strumenti amministrativi, per avere un’utilità reale necessita va riempito di senso pratico! Se l’amministratore e il dirigente del settore ne fanno uno strumento utile, tutto il settore è portato ad utilizzarlo come strumento di gestione.

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5 azioni per conciliare tradizione e sostenibilità

Io mi emoziono ogni anno quando si accendono le luminarie in Città, e non vedo l’ora che arrivi San Silvestro per assistere all’immancabile saluto di Capodanno con i fuochi d’artificio.  Se come me siete molto legati spirito delle feste e alle tradizioni, eccovi allora cinque spunti di riflessione per conciliare tradizione e sostenibilità ambientale.

Non è un tema da sottovalutare: alcune tradizioni sono delle vere e proprie bombe ecologiche.

  1. Utilizzate luminarie a LED o a risparmio energetico

Il mese scorso fa ho fatto un breve approfondimento in termini squisitamente economici sul quanto può avere senso richiedere forniture a led o a basso consumo energetico nell’ambito delle gare per servizi di fornitura delle luminarie. Il risparmio sui consumi delle luci a led è di circa il 70% (per un periodo limitatissimo, questo è il contro) ma questa scelta comporta costi iniziali superiori di circa il 25%.  La tecnologia led è infatti più costosa di quella tradizionale ad incandescenza, ma viste le basse potenze in gioco è possibile consumare meno energia ed evitare allacciamenti straordinari alla rete elettrica. Pur affrontando un onere lievemente maggiore il risparmio è oggettivamente interessante: non avrei dubbi.

Inoltre, può rivelarsi un’ottima soluzione fare gioco di squadra con enti e associazioni per proporre l’uso di impianti meno energivori. Alcuni Comuni pagano le luminarie anche attraverso il contributo delle Associazioni dei commercianti, e così riuscireste a dare un ulteriore ritorno d’immagine ai negozianti del centro, oltre a rispondere alle richieste dei cittadini sempre più attenti all’impatto ambientale.

2. Dissuadete l’uso delle lanternine di carta negli eventi pubblici

leon-contreras-447384Apparentemente  innocue, sono molto pericolose per gli animali, perché le più diffuse in commercio contengono parti metalliche che ricadono al suolo (o nei corsi d’acqua) e che di conseguenza possono ferire sia gli animali selvatici sia quelli di allevamento. Una giusta campagna informativa potrebbe prevenire il ritrovamento di animali feriti e forse farebbe riflettere il cittadino prima di acquistarle, nonostante si trovino ovunque e a poco prezzo. Se ci preoccupiamo molto per i botti di capodanno che possono spaventare gli animali domestici, le lanterne cinesi infatti meritano una dovuta riflessione.

3. Mandate meno Vecchie al rogo!!!

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I fuochi a fiamma libera producono innalzamenti concentrazioni di PM10 che non hanno eguali. Come se non bastasse, il periodo natalizio è storicamente quello più critico dal punto di vista della qualità dell’aria, specialmente in Pianura Padana.

Una catasta di legna di pochi metri cubi produce una quantità di PM10 pari a quella emessa dagli impianti di riscaldamento a metano di un Comune di 1.000 abitanti. Vi porto un esempio concreto: l’anno scorso in Veneto (dove la tradizione del bruciare la vecchia è molto radicata)la concentrazione di polveri sottili registrata all’Epifania risultava superiori al livello massimo di registrazione delle centraline. Non è difficile negli anni osservare in questo periodo concentrazioni di PM10 che arrivano a superare i limiti di 50 microgrammi per metro cubo d’aria. Se poi nella catasta ci finiscono materiali in plastica, pneumatici e legno trattato con collanti e solventi, il livello d’inquinamento prodotto può raggiungere dei livelli di tossicità preoccupanti. E’ disarmante.

La norma regionale Lombarda vieta peraltro l’accensione di fuochi all’aperto.

Importante anche in questi casi è indurre la giusta consapevolezza al cittadino attraverso azioni di informazione e sensibilizzazione ai temi.

4. Fuochi d’artificio ecocompatibili per l’ambiente

thomas-luchin-427207Anche in questo caso, consiglio in fase di selezione per l’affidamento degli spettacoli pirotecnici di prestare attenzione alla sostenibilità ambientale e di prendere in considerazione a quelli che garantiscono meno emissioni possibili e materie prime di miglior qualità. I composti utilizzati per creare gli effetti luminosi possono contenere metalli pesanti, zolfo e altri inquinanti.

Da questa necessaria premessa e considerazioni, è bene comprendere che i fuochi ecologici o ecocompatibili come validi sostituti di quelli tradizionali.

Da non dimenticare è il riordino e la pulizia entro il mattino successivo delle aree dalle quali si sono sparati (solitamente si tratta di aree pubbliche).

5. Fuochi d’artificio silenziati per non spaventare gli animali

jairo-alzate-45522.jpgUn “upgrade” veramente interessante e molto efficace è l’utilizzo di questi prodotti.

L’effetto delle esplosioni ravvicinate può provocare traumi e gravi disagi agli animali, fino alla morte per batticuore, non solo domestici ma anche selvatici. A fare da cornice all’evento solitamente viene proposto in alternativa un sottofondo musicale. Un’alternativa intermedia è quella di privare lo spettacolo dei “colpi d’inizio” e “finale”  che scandiscono l’evento, in modo tale che il resto sia paragonabile al rumore di un forte temporale.

Spero che questo breve approfondimento vi sia piaciuto, e buone serene feste!!!!

5 aspetti da non trascurare quando vogliamo proporre qualcosa di nuovo in città

Alzi la mano chi non vorrebbe produrre meno rifiuti,  inquinare di meno, avere strade libere dal traffico, passeggiare il sabato pomeriggio nell’isola pedonale del centro storico pieno dinegozi. Alzi la mano anche chi non vorrebbe avere un sistema di raccolta rifiuti più efficiente. E allora perchè il cambiamento su questi aspetti in particolare è così difficile?

Certe volte si perfezionano piani strategici impeccabili, ma poi non si hanno risultati sensibili e, anzi, a scelte fatte, la soluzione che sembrerebbe più logica è quella di “tornare indietro”. A mio giudizio i temi Urbanistico-Ambientali particolamente “scottanti” sono tre: l’elaborazione di un piano del Commercio, la Pianificazione della mobilità e i cambiamenti del sistema di raccolta dei Rifiuti. Li ho sempre trovati non particolarmente complicati dal punto di vista tecnico, ma sono sicuramente i più complessi da gestire dal punto di vista della comunicazione e partecipazione.

Il comune denominatore è che quasi la totalità delle proposte progettuali di questi piani, anche la più sostenibile dal punto di vista squisitamente tecnico e quindi apparentemente di semplice scelta e facilmente veicolabili, si fondano sul presupposto che si devono modificare le abitudini dei cittadini.

Se siete amministratori attenti alla ricerca dei consensi da parte dei vostri cittadini, non potete quindi sottovalutare questi aspetti.

1. Capite quanto siete disposti a modificare le abitudini dei cittadini

Valutate quanto cambiare le abitudini nel vostro territorio possa essere scioccante. Avete sicuramente la sensibilità per cogliere le peculiarità dei vostri cittadini e capire quali possono essere gli impatti di un cambio di strategie.

Secondo quella che è la mia esperienza, tentare di imporre una modifica delle abitudini in qualcuno è un’impresa ardua. Soprattutto se la persona su cui vorremmo avere quel particolare effetto è già adulta, vaccinata e convinta delle proprie idee.

Ho visto cittadini diventare superesperti in mobilità, e mettere in discussione analisi condotte con una scientificità da rimanerne di stucco. E con i social, il fenomeno è peggiorato esponenzialmente: non intimoritevi ma preparatevi a gestire tutto nel migliore dei modi possibili.

2. Comunicate fin da subito perchè il cambiamento è necessario

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Partendo dal presupposto che se si decide di approntare un Piano o un Programma è perché il sistema necessita veramente di una revisione e che l’obiettivo insito nelle scelte è quello di risolvere più problemi possibile e al contempo di generarne il meno possibile, ci sono momenti fisiologici in cui qualsiasi scelta l’Amministrazione compie tra il ventaglio di opzioni tecnicamente valide, ai più “sembra peggiorativo” rispetto a prima. Essere partiti da basi condivise, chiare e fondanti è quindi assolutamente necessario e vi tornerà utile dal punto di vista comunicativo.

3. Costruite il percorso partecipativo

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Nelle fasi iniziali di pianificazione, attivatevi nei confronti delle persone per generare in loro cambiamenti positivi, che migliorino concretamente la loro vita. Contestualizzate il problema per indurre il cambiamento, fin dalle prime fasi ed allargate la visione all’intero processo nella costruzione del modello partecipativo: questo permette di aprirsi ai cittadini in modo efficace e concreto ed offre loro un ventaglio maggiore di opzioni. Potete proporre dei tavoli tematici, degli incontri nei quartieri, un progetto educativo per le scuole… le scelte sono tante e vanno focalizzate in questa fase. Capire chi coinvolgere è altrettanto importante.

4. “Fotografate” le cattive abitudini

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Accompagnare i cittadini a migliorare le proprie abitudini non è mai indolore.  Il primo passo verso il miglioramento ed il cambiamento consiste nel “rompere le abitudini”, quindi rompere i vecchi schemi. Molte delle abitudini quotidiane dei nostri cittadini sono inconsapevoli e fanno parte del loro agire naturale, compiamo spesso gli stessi gesti, percorriamo le stesse strade, ma non ce ne accorgiamo.

Partendo dal presupposto che l’intento è quello di fare del bene e migliorare la vita di quante più persone possibile, invece di tirarle a forza in una direzione, suggerisco di divulgare una analisi che fotografa le “cattive abitudini”  affinchè si crei spontaneamente quella giusta consapevolezza e attenzione necessaria all’ascolto della proposta tecnica.

Le persone che avranno a disposizione il nuovo Piano si aspettano che venga effettuata dall’Amministrazione la scelta migliore possibile, ma avendo imparato a “notare” le proprie abitudini avranno le giuste basi per ragionare in un contesto più ampio e variegato.

4. Aspettatevi reticenze e detrattori

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Non possiamo di certo aspettarci che gli altri comincino all’improvviso a comportarsi esattamente come faremmo noi. Potete cercare i numerosissimi esempi di Amministrazioni che hanno compiuto tali scelte prima di voi e giocando d’anticipo, essere già in grado di prevedere gli effetti di cosa può comportare una scelta o un’altra. E’ utilissimo per prepararsi eventuali repliche.

E’ naturale anche che non ci siano gli stessi interessi, quindi è utile capire tra questi chi invece ragiona per semplice paura del cambiamento. Accade molto più spesso di quanto si pensi: una persona che si trova ad affrontare una situazione nuova, con il timore di perdere la sicurezza consolidata nel vecchio schema prova una sensazione di non accettazione a livello mentale/emozionale.

5. Siate un esempio e valorizzate gli obiettivi raggiunti

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Smettere di fumare, sostituire una colazione sana al solito caffè, fare più attività fisica, dimagrire sono alcuni dei bisogni più frequenti alla base del cambiamento che vorremmo realizzare, ma che difficilmente riusciamo ad ottenere senza sacrifici. Così come gestire meglio l’energia che consumiamo, usare di più la bicicletta o differenziare correttamente i rifiuti di casa. Abbiamo bisogno di continui stimoli per rimanere in carreggiata e per questo motivo è importantissimo cercare di fare in modo che gli altri traggano continua ispirazione da noi.

Trasposto sui temi della pianificazione strategica comunale, essere un esempio vuol dire creare un’identità per cui i cittadini si possano sentire orgogliosi. Faccio un esempio: aumentare la percentuale di raccolta differenziata per i Rifiuti Urbani deve essere riconosciuto non solo come un valore in sè ma un valore che è il cittadino/utente a creare: ecco perchè è importante diventare “Comune Riciclone”. Avere una piazza in cui i nostri figli possono giocare è anche merito di chi con qualche sacrificio parcheggia altrove: ecco perchè è giusto che possano essere  riconosciuti pass di parcheggio gratuito. Ritengo che negli strumenti di pianificazione debbano essere inseriti gli aspetti inerenti la valorizzazione degli obiettivi raggiunti, poichè sentirsi parte del tutto è sempre molto gratificante ed innesca i processi virtuosi che tutti auspichiamo.

5 azioni per amministrare in modo sostenibile

Nel 2017 l’Italia ha predisposto il Piano Nazionale per l’adattamento ai Cambiamenti Climatici, la Strategia Nazionale per lo Sviluppo Sostenibile e il piano Nazionale Clima ed Energia. Si tratta di declinazioni a livello nazionale dei principi e gli obiettivi dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile adottata nel 2015 dall’ONU, che hanno come obiettivo quello di disegnare una visione di futuro e di sviluppo incentrata sulla sostenibilità.

L’agenda 2030 individua 17 obiettivi, 169 target e oltre 200 indicatori. Ben sapendo quindi di non poter essere esaustiva, data la complessità del tema, mi sono soffermata su 5 azioni concrete per la progettazione del territorio e la tutela del’ambiente coerenti con tutti i piani sovralocali che possiamo già proporre oggi all’Ente Locale, delle quali, se non ne avete ancora sentito parlare, ne sentirete parlare presto.

1. Trovate le isole di calore nella vostra città e pensate a come migliorarle 

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Uno dei contenuti strategici che mi ha maggiormente colpito è quello della corretta individuazione delle “isole di calore” nella pianificazione urbana nell’ottica dell’adattamento climatico.  L’attenzione progettuale del progettista/urbanista si sposterà dal considerare la sola funzione dell’ambito prevalente alla situazione microclimatica (declinabile a scala di isolato e/o quartiere, da qui l’isola di calore) in cui si inseriranno le nuove progettualità, legate ad esempio al sistema del verde, all’efficientamento energetico degli edifici e al loro corretto isolamento. Se cominciate a pensare a questo tema fin da subito, sarete un passo avanti agli altri.

Il “goal 13” dell’Agenda 2030 è l’adozione di misure urgenti per combattere il cambiamento climatico e le sue conseguenze. Il piano di adattamento climatico Nazionale sarà declinato dalle Regioni (la Lombardia ha redatto il documento di azione regionale per l’adattamento al cambiamento climatico che trovate qui).

 

2. Incentivate la sostenibilità per edifici più Green

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L’Unione europea si è impegnata entro il 2030 a ridurre del 40% le emissioni di gas serra (rispetto al 1990), a raggiungere il 27% di energia rinnovabile e a ridurre del 27% il consumo di energia*.  A scala dell’Ente Locale, questo vuol dire continuare ad incentivare le buone pratiche edilizie, ad inserire nei bandi per la progettazione e realizzazione di opere pubbliche punteggi migliorativi per progetti, costruzione e gestione di edifici sostenibili ad alte prestazioni (LEED, per fare un esempio) e che prediligono l’utilizzo di energia derivata da fonti rinnovabili.

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*Il Piano Nazionale Clima ed Energia andrà presentato alla Ue nel 2019 e dovrà indicare i provvedimenti che l’Italia intende prendere per raggiungere questi obiettivi. Le misure riguarderanno efficienza energetica, rinnovabili, emissioni, mobilità sostenibile, economia circolare. Al Piano contribuiscono la Strategia Nazionale di Sviluppo Sostenibile, la Strategia nazionale di sviluppo a basse emissioni al 2050 e l’aggiornamento della Strategia Energetica Nazionale del 2013.

2. “Regalatevi” un raingarden

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Quello che esce dalle analisi dei piani Nazionali è che il trend climatico* della Pianura Padana da oggi al 2050 vedrà un aumento di precipitazioni intense, e aumenterà la siccità estiva. A livello locale, è  importante migliorare l’efficienza della rete. Quindi dovremo imparare a controllare grandi quantità di acqua che pioverà in poco tempo sui tetti degli edifici, sulle sedi stradali e sulle grandi aree pavimentate. In questi anni ho visto ottimi risultati ottenuti (perlopiù all’estero) attraverso la realizzazione di un sistema di laminazione urbano-giardino (chiamato “rain-garden”). Tra i vantaggi c’è in primis la capacità di ridurre l’effetto ruscellamento in ambito urbano perchè rallenta l’afflusso delle acque alla falda e ai corsi d’acqua , tutela la biodiversità (le piante usate sono spesso quelle alte che attraggono le farfalle) e permette un filtraggio e una depurazione del tutto naturale dell’acqua raccolta.

*È importante notare come, allo stato attuale delle conoscenze, le proiezioni sugli impatti dei cambiamenti climatici sulla qualità idrica siano rappresentate da un numero esiguo di studi difficilmente comparabili in quanto presentano un grande livello di eterogeneità, essendo fortemente dipendenti dalle condizioni locali, dai presupposti climatici e ambientali e dallo stato riferimento del corso d’acqua.

4 . Aderite al Protocollo Aria di Bacino Padano

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Il PM10 è un tema molto sentito in questo periodo autunnale e poco piovoso e che ha visto in tutto il bacino Padano continui sforamenti di concentrazione dei 50 mg/mc previsti per legge. E’ un tema globale ma al tempo stesso ci tocca intimamente perchè sono i comportamenti individuali che possono contribuire a ridurre la concentrazione in atmosfera di polveri sottili,  soprattutto in termini di scelte di mobilità. Da una parte si deve chiedere ai cittadini di modificare le proprie abitudini (lasciare l’auto a casa, prediligere i mezzi pubblici, utilizzare il car sharing)  dall’altra dobbiamo essere in grado di accompagnare le loro scelte nel modo migliore possibile attraverso l’elaborazione di piani strategici comunali (come ad esempio il PUMS, il PAES, il Piano di Adattamento Climatico, il Regolamento Edilizio..) ma anche con l’adesione spontanea di tutti i comuni al “Protocollo Aria” (l’aria di Pianura, ahinoi, non legge confini). Se volete approfondire il tema, vi consiglio di leggere questo articolo che ho scritto sul tema, troverete invece qui una “sintesi ragionata” dello stesso.

5. Registratevi EMAS o adottate un sistema di gestione ambientale

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Nello studiare il documento “Strategia Nazionale per lo Sviluppo Sostenibile” redatto da il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, che trovate qui , ho trovato come indicatore di monitoraggio il “Numero di organizzazioni/imprese registrate EMAS”. EMAS è un’adesione volontaria delle organizzazioni a un sistema comunitario di ecogestione e audit, e uno strumento creato per l’adozione di un Sistema di Gestione Ambientale (SGA), che consente la registrazione di un’impresa in un apposito elenco dell’Unione Europea, riservato alle attività (ma anche ai Comuni) che gestiscono il loro impatto ambientale secondo standard elevati. Il mio Comune (molto prima che arrivassi io) l’ha già fatto, io ne vedo oggi i benefici: vuol dire avere banche dati ambientali aggiornate, una sensibilità diffusa sui temi della sostenibilità, rappresentare un passo avanti a livello ambientale per tutta l’attività dell’Ente e in ultimo è l’orgoglio di rappresentare un’eccellenza. L’obiettivo che si propone chi aderisce a questo tipo di programma, è quello di migliorare l’efficienza ambientale del proprio Ente attraverso l’adozione di una corretta politica ambientale.

E voi? Qual’è la vostra esperienza a propostito?

5 idee per allontanare i piccioni dai centri storici

Tutti i centri storici cittadini sono habitat di colombi e piccioni e un tema affrontato con frequenza è quello di attivare una campagna per il loro contenimento. Le azioni volte al contenimento delle specie solitamente sono affiancate da ornitologi professionisti e non hanno come scopo l’eliminazione delle specie, ma il loro controllo numerico di animali potenziali vettori di malattie, e che spesso le campagne di allontanamento necessitano di un’integrazione di diverse azioni mirate, ecco 5 valide idee da prendere in considerazione.

01 Dissuadere i cittadini a dar da mangiare ai colombi

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Può essere banale, ma è necessario informare tutti i cittadini di quanto può essere rischioso per la propria salute. Le colonie di piccioni vengono regolate dalla disponibilità di cibo, in maniera densità-dipendente. La risorsa alimentare è quindi il fattore limitante principale, e una sua riduzione riveste un ruolo centrale nelle strategie di gestione. In questo le associazioni possono dare una mano, soprattutto per richiamare i cittadini che danno da mangiare ai colombi enormi quantità di cibo. E’ un’attività che può essere proibita nei regolamenti di igiene urbana, e quindi sanzionata. Qualora non ci siano regolamenti, per tentare di limitare la disponibilità di cibo per i piccioni, si può emanare una apposita ordinanza. (ad esempio, trovate qui l’ordinanza di Milano del 2008)

02 Dissuasori meccanici: reti, spilli e filo ballerino

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Molto indicati per luoghi puntuali, ad esempio per i monumenti e il centro storico, sono i migliori sistemi per evitare che i piccioni sostino su tetti, facciate e altre strutture. Non sono pericolosi per i volatili, e sono economicamente abbordabili. Le reti costituiscono una barriera molto efficace, soprattutto per le aperture dei campanili e finestre, per proteggere nicchie, cavedi, cortili interni, balconate, torri, ecc.

Di solito sono composte da materiali molto resistenti agli agenti atmosferici ed agli sbalzi termici. Gli Spilli sono il sistema più antico e diffuso di allontanamento volatili. Il Filo Ballerino (Bird Wire) è un sistema meno diffuso perchè di difficile installazione e di precaria robustezza. Resta comunque il miglior sistema per proteggere i davanzali delle finestre e situazioni analoghe, dove non si vuole incorrere nel rischio che qualcuno si ferisca a seguito dell’installazione di spilli. Mi è capitato di dover richiamare al decoro cittadini proprietari di portici, di solito sono soluzioni facili da installare, e spesso hanno optato per quelle.

03 Riduzione dei buchi pontai per Nidi selettivi

dezeen_bird-brick-aaron-dunkerton_ss2.jpgL’idea è quella di ridurre gli spazi dei buchi pontai ma non chiuderli, in maniera da consentire il passaggio a specie più piccole, quali rondoni, passeri, codirossi, pipistrelli. Esistono diversi casi di ristrutturazioni di edifici storici e monumenti con occlusione parziale dei fori, per escludere i piccioni e mantenere la nidificazione dei rondoni. E’ un metodo semplice ed ecologico, non solo efficace per ridurre la presenza dei piccioni ma per incentivare la nidificazione di altre specie.

04 Trattamento pluriannuale con mangimi antifecondativi

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Sembrerebbe il metodo più efficace, poiché è ecologicamente sostenibile e a favore del benessere animale: non c’è nessuna tossicità per gli animali e l’effetto terapeutico è reversibile. Va ovviamente distribuito in ambienti controllati e nei luoghi più adatti in relazione alle abitudini dei volatili, alla presenza o meno di altre specie e alla tipologia di somministrazione (che può essere fatta manualmente o attraverso mangiatoie automatiche).  Amministrativamente parlando, si tratta di una procedura di acquisto di beni per il mangime trattato con farmaco e di un affidamento di servizi per la distribuzione. Per contenere i costi la distribuzione può essere eseguita anche con convenzione attraverso l’attività di associazioni (alcune associazioni di volontariato si prestano anche gratuitamente)

05  La falconeria

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L’utilizzo di rapaci dei falconieri spaventa tremendamente i piccioni e sposta le colonie in un territorio non marcato dal falco. Quindi se si fa volare il rapace con una certa costanza, gli altri volatili in breve tempo abbandoneranno gli spazi. Se ben addestrati, i rapaci puntano solo ai piccioni e non toccano gli altri volatili. Mi è capitato di utilizzare questo metodo, utilizzando dei falconieri esperti e rapaci ben tenuti, ben addestrati ed in ottima salute, e l’ho trovato un sistema estremamente efficace.

Hai utilizzato qualcosa di diverso o stai pensando di sperimentare nuove tecniche? Sono molto interessata a sapere qual’è stata la tua esperienza, scrivimela con un commento

 

 

 

…e se il PA non piace all’amministrazione?

“Si può bocciare in toto un progetto conforme a PRG/PGT oppure la sola possibilità è richiedere una revisione di alcune parti? E il lottizzante fino a che punto deve acconsentire alle richieste dell’amministrazione?”

Innanzitutto bisogna distinguere le due procedure amministrative diverse: se il piano proposto è conforme alle indicazioni di PGT, viene adottato/approvato dalla Giunta Comunale, mentre se viene presentato un piano in variante allo strumento urbanistico generale lo stesso è sottoposto al Consiglio. (se siamo in Lombardia, il riferimento legislativo è l’art. 14 della LR 12/2005)

I momenti in cui si possono richiedere delle “revisioni” sono diversi.

1 Prima della presentazione

In entrambi i casi, prima di depositare il piano, solitamente il proponente richiede una fase interlocutoria; è usuale che questa fase si attui attraverso incontri con l’assessore (all’urbanistica, di solito) ma non è detto che il privato in questione chieda di coinvolgere il sindaco o altri membri della giunta. Lo scopo di questi incontri è innanzitutto illustrativo ma serve ad entrambe le parti per comprendere meglio le necessità del territorio entro cui si sta proponendo la trasformazione, e da modo all’amministrazione (ma anche ad il privato) di capire quali possono essere gli eventuali problemi e/o necessità e le ricadute dell’attuazione dell’intervento. E’ ovvio che più si condividono soluzioni ad eventuali problemi in questa fase, più gli stessi problemi si prevengono e più tutto l’iter ne ha oggettivo giovamento. Ad oggi, non ho mai visto il proponente non chiedere un dialogo prima di presentare un piano.

2 Dopo la presentazione

Presentato il piano, come ho spiegato qui,  parte una fase molto tecnica di analisi, denominata istruttoria urbanistica, che viene conclusa entro 120 gg dalla presentazione del piano attuativo. La conclusione in senso negativo della fase istruttoria conclude il procedimento, ma non è detto che una conclusione della stessa in senso positivo, equivalga ad un “buon” progetto o ad un piano attuativo “universalmente” condiviso.

Se il piano attuativo non convince, non “vi piace”, o per voi amministratori semplicemente non persegue il giusto equilibrio tra l’interesse privato e l’interesse pubblico che dovrebbe, questa è la fase in cui capire cosa non va, cosa eventualmente proporre di alternativo e come farlo.

Nel procedimento amministrativo sono previsti tre momenti distinti:

  1. il primo è il momento del voto dell’Organo (Giunta o Consiglio)
  2. il secondo è la fase post adozione, quella in cui tutti possono formulare osservazioni al piano
  3. il terzo corrisponde al voto finale di approvazione.

In base alla mia esperienza, quello che ho notato è questo: spesso il/i  consigliere/i, nel brevissimo  tempo che intercorre dalla commissione consiliare al consiglio comunale al voto non ha avuto né modo nè tempo per approfondire la questione: un piano attuativo mediamente è abbastanza complesso, e se non sapete dove mettere le maniè veramente difficile cogliere al volo criticità ed opportunità.

Altro tema che vorrei sottolineare, perché  vedo essere spesso troppo sottovalutato: nella vita in generale la motivazione delle proprie idee è importante, ma nel procedimento amministrativo è essenziale. Con un’ottima argomentazione e una valida proposta alternativa, credo si possano fare miracoli. (Esiste infatti la possibilità di proporre una mozione al testo della delibera che contenga la vostra proposta.)

citazione

Con “valida proposta alternativa” intendo una soluzione che contempli una miglior sostenibilità, un miglior rapporto costi/benefici per l’amministrazione comunale e che contempli anche un costo sostenibile per l’attuatore. Ho visto piani attuativi con richieste inserite all’ultimo (magari ottime idee, ma non economicamente sostenibili) che ne hanno di fatto paralizzato l’attuazione.  E’ difficile generalizzare, ma un lottizzante (se magari il suo scopo è quello di vendere il terreno e non curarne il suo sviluppo) potrebbe acconsentire a tutto pur di ottenere un piano attuativo licenziato, ma il nostro ruolo da tecnici e amministratori è proprio questo: capire meglio di chiunque, proponente compreso, quanto  l’intervento possa essere realmente sostenibile ed agire di conseguenza.

Un esempio concreto: in passato mi è capitato di consigliare ad amministratori di richiedere meno opere pubbliche, ma di miglior qualità costruttiva e con elementi di  vantaggio per una più semplice gestione e manutenzione.

Purtroppo ho visto piani attuativi che avevano “promesso” opere pubbliche e/o oneri di urbanizzazione molto elevati, e quindi apparentemente vantaggiosissimi per la pubblica amministrazione, con opere che poi si sono fermate a metà perché gli attuatori sono falliti. E anche laddove previa escussione delle fidejussioni l’amministrazione completasse le opere di urbanizzazione, vi ritrovereste delle strade e delle aree verdi nuove di zecca in mezzo a campi incolti. Scenario, a mio parere, alquanto deprimente se si pensa al suolo sprecato.

un esempio di piano attuativo abbandonato

Per concludere. Non credo sia una buona pianificazione quella che limita gli interventi, non credo sia una buona pianificazione quella che si conforma a quanto proposto senza analizzare prima differenti scenari realistici. Ritengo sia buona quella che li sa governare con idee chiare e nel modo da risultare più semplice ed immediato per tutti. Rispetto a dieci anni fa non vedo più richieste esagerate o spinte edificatorie eccessive, e il ruolo (e la sfida) dell’amministrazione comunale sull’urbanistica di oggi non è più quella di controllare la “quantità”, ma quella di accompagnare la “qualità urbana” attraverso la sostenibilità ambientale ed economica per migliorare la qualità della vita dei cittadini.

Come capire la bontà di un piano attuativo che viene presentato in comune

I piani attuativi di iniziativa privata sono uno strumento urbanistico che identifica ambiti piuttosto ampi per le quali vengono fissate alcune regole generali, come il disegno delle opere di urbanizzazione di una strada d’accesso, l’eventuale divisione in lotti, la tipologia e la quantità di edifici che l’attuatore chiede di poter costruire. Siccome il Piano di Attuazione deve essere valutato e approvato dall’amministrazione comunale, è utile arrivare preparati a quel voto.

Quando il privato presenta il proprio progetto in Municipio, gli uffici tecnici aprono un’istruttoria, che prevede una serie di verifiche tecniche ad esempio si verifica la titolarità dei proprietari delle aree coinvolte dalla progettazione proposta piuttosto che il controllo del rispetto degli indici edificatori previsti dal PRG (o PGT se siamo in Lombardia) che sono volti a verificare la corrispondenza del progetto alla norma del piano urbanistico generale comunale, inoltre questa istruttoria assume i pareri preventivi dei settori comunali coinvolti e definisce i termini della convenzione che regolerà in seguito i rapporti tra l’amministrazione stessa e il privato. Solitamente per aspettare gli esiti di un’istruttoria completa dobbiamo attendere qualche settimana.

E allora come facciamo a farci un’idea completa in breve tempo per capire se quello che ci stanno per presentare per noi è un buon piano attuativo?

1 Individuate gli elaborati da guardare prima

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Di un piano che magari contiene una trentina di elaborati grafici, relazioni e schemi convenzionali, dobbiamo capire dove focalizzare la nostra prima attenzione.

Il mio consiglio è quello di cercare per prima cosa la planimetria generale di progetto (si tratta della  simulazione che indica funzioni e distribuzione dei volumi) che si solito viene presentata in scala 1:1000 o 1:500 (dipende da quanto è grande il piano) nella quale sia rappresentato anche una buona porzione di contorno – quindi non focalizziamoci immediatamente sulla proposta di piano in sè ma cerchiamo di capire cosa c’è ora nel contesto del piano, e come il piano andrà a cambiare questo contesto che oggi abbiamo e su cui sicuramente conosciamo la realtà.

2 La dimensione e il numero di proprietari

Se vediamo il piano con un solo proprietario, sappiamo che dovremo avere a che fare con un solo interlocutore, e il rapporto tendenzialmente è più semplice. I piani attuativi che sono formati da più proprietari spesso sono quelli che hanno più problemi in fase attuativa poiché magari avendo diversi interessi non si riescono a mettere d’accordo sulla proposta e i tempi di realizzazione degli interventi sono condizionati da molti più fattori.

3 La tipologia prevalente e le fasi realizzative proposte

Se fino a qualche anno fa era difficile che un piano presentasse proposte composte da un mix funzionale di residenza commercio ed artigianato, oggi è molto più frequente, soprattutto per il commerciale che è la funzione più pregiata degli ultimi anni. Personalmente ritengo che il mix funzionale urbanisticamente rappresenti la proposta migliore, anche se in fase progettuale è la più complessa da governare.

4 La viabilità

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Ricordatevi sempre che le strade devono essere progettate per alleggerire il traffico, non per appesantirlo. Scegliete le soluzioni più lineari e cercate di evitare i cul-de-sac. Personalmente sconsiglio soluzioni in cui strade rimangono di proprietà privata magari gestite da condomini o supercondomini, perché se apparentemente possono sembrare convenienti all’amministrazione, alla lunga producono problemi ai quali l’amministrazione deve poi sopperire (ad esempio di sicurezza per mancanza di illuminazione della pubblica via o di incuria di tipo igienico) con non poche difficoltà dal punto di vista legale/amministrativo.

5 La tipologia degli interventi

E’ un tema più finemente sviluppato per la residenza ma totalmente trascurato per gli interventi produttivi e commerciali. Sul piano vedete tanti “quadrettoni” che rappresentano i volumi massimi edificabili. Riflettete bene su cosa può voler dire provare ad immaginare delle aggregazioni possibili nel futuro quartiere, e provate con la vostra immaginazione a capire questo nuovo intervento a quale quartiere già esistente può assomigliare.

6 Le opere di urbanizzazione

Che si dividono in “primarie” e “secondarie”. Le primarie sono le strade di cui vi ho parlato prima e i parcheggi. Le secondarie invece aprono un mondo di possibilità. In funzione del tipo di piano e della dimensione sappiate che l’amministrazione ha una sorta di tesoretto che a seconda di quello che è normato nel piano generale può essere dedicato a opere che possono essere realizzate nel comparto o fuori (le cosiddette opere extracomparto) oppure in certi casi può essere monetizzato (cioè versato direttamente alle casse del comune). Fate conto che tendenzialmente, far fare un’opera ad un privato per la PA è più conveniente che farsi monetizzare.

7 L’aspetto del sistema del verde e la sostenibilità ambientale

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Cerco di semplificare dicendovi che negli ultimi anni i valori delle persone sono profondamente cambiati, e quindi già una buona parte dei piani che ho visto presentati contengono un’attenzione a questi temi perché il vivere in un ambiente qualitativamente migliore si vende meglio. (vedete ad esempio quanta attenzione c’è stata negli ultimi anni per le classi energetiche degli edifici).

Ma vi faccio qualche esempio e consiglio. Evitate che le aree verdi proposte siano dei reliquati, che siano troppo piccole per essere utilizzate e sparse per il piano attuativo (a meno che non ci sia un reale motivo). Perché mantenere un parco di mille metri costa di meno che mantenere cinque parchetti da duecento metri l’uno.

Privilegiate i sistemi che creano connessioni ecologiche come ad esempio i viali alberati. I viali alberati sono bellissimi, ma sappiate che gli alberi hanno bisogno di spazio e quindi cercate di lasciarlo perché alla lunga diventerebbero problematici. Così come nei parcheggi dei supermercati, cercate di dare spazio alle aiole per fare in modo tale che gli arbusti e alberi possano crescere ed aiutare a mantenere una giusta quantità di verde.

Questa è l’occasione per pensare non solo alla viabilità ma anche alla mobilità lenta e sostenibile. Privilegiate piste ciclopedonali su sede propria e che siano ben integrate con il progetto. E’ proprio questa la fase in cui possono essere definiti questi aspetti.

Nei piani attuativi di una certa dimensione, è utile una riflessione sull’invarianza idraulica dei piani, ovvero la capacità del terreno di assorbire la pioggia dei fortunali o degli eventi climatici di tipo eccezionale che sempre più ci troviamo a dover subire. E’ un obiettivo indispensabile per la prevenzione del rischio idrogeologico e per far fronte al cambiamento climatico.

8 I piani prevalentemente produttivo-artigianale

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Per i piani produttivi, non lasciatevi influenzare dall’idea del degrado che possono portare. Le industrie, se ben indirizzate e accompagnate dagli amministratori, possono essere molto efficienti ma anche “belle” e dare una mano a migliorare la qualità di vita dei cittadini

9 La convenzione urbanistica

Leggetevela! E’ il documento più importante perché disciplina tutto. Se volete che siano definiti alcuni aspetti, lì ci devono essere. Lì dentro troverete il dimensionamento con le diverse quantità e il calcolo degli indici, le fasi di attuazione con le tempistiche, l’individuazione delle opere di urbanizzazione primarie e secondarie e tutti quegli elementi elencati prima

10  Non affezionatevi troppo al render. Io non li guardo mai!

 

Alcune riflessioni sul Protocollo Aria

Telecamere non omologate per le sanzioni ambientali, è un peccato!!!
I controlli, che devono essere effettuati dalle Polizie Locali, potrebbero essere molto più efficaci se si potessero fare attraverso le telecamere già presenti sul territorio. Attualmente le telecamere non sono omologate per rilevare le infrazioni per divieto di circolazione per motivi ambientali. La proposta perciò è già stata inviata dalle Regioni e dai Sindaci all’attenzione del Ministero delle Infrastrutture

Le deroghe 
Ci sono moltissime deroghe, sulle strade classificate come R1 (strade di interesse regionale) e sulle autostrade le limitazioni non si applicano. Non si applicano nemmeno se si rientra in una di queste casistiche:

  • veicoli appartenenti a soggetti pubblici e privati che svolgono funzioni di pubblico servizio o di pubblica utilità, individuabili o con adeguato contrassegno o con certificazione del datore di lavoro, che svolgono servizi manutentivi di emergenza;
  • veicoli dei commercianti ambulanti dei mercati settimanali scoperti, limitatamente al percorso strettamente necessario per raggiungere il luogo di lavoro dal proprio domicilio e viceversa;
  • veicoli degli operatori dei mercati all’ingrosso (ortofrutticoli, ittici, floricoli e delle carni), limitatamente al percorso strettamente necessario per raggiungere il proprio domicilio al termine dell’attività lavorativa;
  • veicoli adibiti al servizio postale universale o in possesso di licenza/autorizzazione ministeriale di cui alla direttiva 97/67/CE come modificata dalla direttiva 2002/39/CE;
  • veicoli blindati destinati al trasporto valori, disciplinati dal decreto del Ministero dei Trasporti 3 febbraio 1998 n. 332;
  • veicoli di medici e veterinari in visita urgente, muniti del contrassegno dei rispettivi ordini, operatori sanitari ed assistenziali in servizio con certificazione del datore di lavoro;
  • veicoli utilizzati per il trasporto di persone sottoposte a terapie indispensabili ed indifferibili per la cura di gravi malattie in grado di esibire relativa certificazione medica;
  • veicoli utilizzati dai lavoratori con turni lavorativi tali da impedire la fruizione dei mezzi di trasporto pubblico, certificati dal datore di lavoro;
  • veicoli dei sacerdoti e dei ministri del culto di qualsiasi confessione per le funzioni del proprio ministero;
  • veicoli con a bordo almeno tre persone;
  • veicoli delle autoscuole o di soggetti in possesso di relativa autorizzazione ministeriale utilizzati per le esercitazioni di guida e per lo svolgimento degli esami per il conseguimento delle patenti C, CE, D, DE ai sensi dell’art.116 del d.lgs. 285/92;
  • veicoli dei donatori di sangue muniti di appuntamento certificato per la donazione

Non è difficile comprendere che tutte queste deroghe rendono il controllo molto più complicato (soprattutto difficilmente gestibile dalle sole telecamere)

I controlli sulle stufe a pellet (missione impossibile? forse no)
Essendo collocate in proprietà privata, l’attuazione dei controlli è un grande tema che necessiterebbe un approfondimento a sè. L’idea (già applicata in alcune realtà) è stata quella di associare i controlli sulle stufe a quelli già strutturati in misura obbligatoria per le caldaie. I cittadini hanno collaborato volentieri, probabilmente la sensibilità ai temi ambientali sta diventando un valore riconosciuto.

Autostrade escluse 
Il protocollo si attua nel territorio comunale sulle strade di propria competenza per cui le autostrade (e anche le strade R1, a onor del vero) sono escluse, e per i comuni che hanno territori a ridosso delle autostrade questo è un serio problema. Un tema (di cui si è discusso spesso, direi ad ogni occasione) è l’utilità di avere misure nazionali obbligatorie di limitazione della velocità dei veicoli in autostrada nelle aree e nei periodi in cui si verifica il superamento dei limiti di qualità dell’aria o di attribuzione al Prefetto – con legge – del potere di intervento. Limitando la velocità infatti le emissioni di particolato si abbassano esponenzialmente.
Potrebbero essere anche utili e ritenute opportune iniziative previste per dissuadere la circolazione in autostrada dei veicoli per il trasporto merci più inquinanti, destinando i relativi proventi (derivanti, ad esempio, da una maggiore tassazione) ad interventi specifici di miglioramento della qualità dell’aria nelle zone attraversate o poste nelle vicinanze di tali infrastrutture.

Informazione al cittadino (in 12 ore)

Per l’aspetto divulgativo/informativo si può strutturare un libricino informativo utile al cittadino, con mappa della città e distribuzione dei blocchi e una opzione più economica è quella di spedirlo con le bollette dell’acqua o gas. Ps: le misure sono illustrate qui: Come fare per contrastare l’inquinamento atmosferico e migliorare la qualità dell’aria? Aderire al Protocollo Aria

L’iter di attuazione funziona così: ARPA manda il bollettino aria il mattino, se ci sono già stati superamenti per i 4 giorni precedenti, e le previsioni del tempo sono ottime per l’accumulo degli inquinanti, la misura scatta il giorno successivo.  Fin qui tutto perfetto. Ma come si avvisa il cittadino in così breve tempo?

Certamente sul portale del proprio comune si può predisporre un apposito spazio che rimanda al sito ARPA protocollo aria e al link dell’ordinanza sindacale si accende il “ROSSO”. Posto che siamo tutti iperconnessi, forse il sito del comune però non è così immediato per tutti. Furbo è il metodo alert system, ovvero un messaggio vocale registrato con telefonata sui numeri fissi appena si ha notizia dell’attuazione della misura. Poi c’è la tv locale, il quotidiano… …il tam tam sui social